martedì 21 aprile 2015

RACCONTO: DUE GOCCE D'ACQUA

DUE GOCCE D’ACQUA - di Fab Draka





«C’erano una volta due fratelli gemelli di nome Prick e Dick.»
«Avanti, smettila...»
«Ma erano davvero questi i loro nomi! Non mi interrompere, dicevo…»
“C’erano una volta due fratelli gemelli di nome Prick e Dick. Quest’ultimo aveva improvvisamente deciso all’età di ventitré anni di sposarsi con la dolce Pussy Kate...”
«Ma dai!»
«Se non la smetti non racconto più.»
“Pussy Kate era molto carina e dalla mentalità aperta, tanto da non trovare difficoltà nell’accettare anche il cognato Prick, dichiaratamente gay. Quest’ultimo, a differenza del fratello, non ne voleva sapere di sposarsi, ma era contento che Dick avesse trovato la sua metà. Sosteneva di essere troppo giovane per accasarsi e voleva godersi la vita ancora per un po’ insieme al suo ragazzo Ash, che a letto ci dava dentro da matti. Particolarmente ricettivo, Ash sapeva cogliere i desideri di Prick senza che lui avesse nemmeno il bisogno di esporli e soddisfaceva ogni sua richiesta ogni volta che voleva. Dick e Pussy Kate ebbero modo di accorgersene presto, poiché durante i preparativi per il matrimonio decisero di comune accordo di convivere per un breve periodo assieme nella casa dei genitori, che era stata lasciata in dono a Dick. Ogni notte pareva che nella stanza a fianco stesse scoppiando una guerra e i due si chiedevano con grande curiosità cosa stessero combinando quei due porcellini dall’altra parte del muro.
Dick in particolare cominciò a essere stranamente incuriosito dalle pratiche del fratello. Era da parecchio tempo che non aveva rapporti con una ragazza. Come se non bastasse, la sua cara Pussy Kate aveva deciso di voler arrivare illibata al matrimonio e per lui quella si era rivelata una prova troppo ardua da sostenere. E sentire tutti quegli ansimi, accompagnati dalle molle del letto che cigolavano, non aiutava a mantenerlo sereno. Nonostante quel piccolo problemuccio tuttavia si trovarono davvero bene a convivere assieme e Dick si rese conto che tutto ciò gli sarebbe mancato una volta sposato. Lo consolava solo il pensiero di dare finalmente una svolta alla propria vita.
Era pieno agosto e mancava poco meno di una settimana al matrimonio. Dick si era messo ad annaffiare il bellissimo roseto che sua madre aveva creato nel giardinetto di casa (non per altro era una nota fiorista). Se ne stava a petto nudo, con le goccioline di sudore che pian piano scivolavano sui pettorali e sugli addominali ben scolpiti. Era bellissimo e sexy, proprio come suo fratello Prick. Identici come due gocce d’acqua.
Quel giorno Pussy Kate e Prick erano andati insieme a ritirare l’abito da sposa dal negozio. Prick era stato contento di accompagnare la cognata per la prova finale dell’abito, accettando di fingersi il fratello sotto richiesta di quest’ultimo, per non rompere la tradizione secondo cui porta sfortuna vedere la sposa prima delle nozze. Pussy Kate non era per niente superstiziosa, ma Dick sì e parecchio.
Nel frattempo Ash, che era stato fuori città per un paio di giorni, scendendo dal taxi che lo aveva riportato a casa si era trovato in giardino davanti al bel sedere di Dick, piegato in avanti mentre tagliava alcuni rametti.
«Non pensavo ti dedicassi al giardinaggio» disse. Dick si voltò un attimo, lo salutò con un sorriso e rispose tranquillamente.
«Non lo faccio sempre, ma sta diventando un’abitudine.» Tornò a sistemare l’aiuola e all’improvviso Ash gli palpeggiò il sedere. Dick sussultò e voltandosi incredulo urlò contro il ragazzo.
«Ma che fai?»
«Ah, scusa, hai ragione. Siamo in pubblico» disse Ash arrossendo. «Possiamo appartarci se vuoi…» aggiunse ammiccante togliendo col dito alcune gocce di sudore dal petto di Dick. Il ragazzo rimase senza parole, poi capì. Ash doveva averlo scambiato per suo fratello. Quale ironia! Due fratelli che si erano scambiati di identità.
Dopo un attimo di confusione Dick fece per spiegare la situazione, ma Ash gli tappò la bocca con un dito. «Vedrai che faremo prima che gli altri tornino.»
Dick non capì se volontariamente Ash lo avesse scambiato per Prick o se fosse solo un grande malinteso, ma quando Ash gli tappò la bocca in quel modo provò un brivido d’eccitazione. Sarebbe stato sleale verso Pussy Kate e Prick quel comportamento, ma gli ormoni ebbero la meglio. Gli si presentava l’occasione di realizzare una fantasia che lo incuriosiva da giorni e Ash in fin dei conti era un bel ragazzo. C’era stata una notte in cui Dick aveva addirittura provato un po’ di attrazione nei suoi confronti.
Era successo qualche giorno prima, alle prove della cena per il matrimonio. La sala era stata imbandita con veli bianchi e celesti, ricoprendo le grandi vetrate squadrate che la circondavano. Il tavolo della cena era lunghissimo e vi erano stati disposti i parenti più stretti e gli amici. Gli altri invitati erano invece stati distribuiti all’interno della sala in tavoli circolari con al centro composizioni floreali degne della maestria materna. La cena era stata ottima e mentre gli ospiti parlavano rumorosamente, Dick era andato sulla balconata del terrazzo a fumare una sigaretta. Vi trovò Ash, appoggiato al balcone di marmo che guardava l’orizzonte con occhi sognanti. Anche lui stava fumando. Dick perlustrò le tasche in cerca di un accendino e Ash gli prestò il suo.
«Grazie.» Accese la sigaretta e gli restituì l’accendino.
«Di niente» rispose Ash. «Così uguali e così diversi» aggiunse dopo una breve pausa.
«Che vuoi dire?»
«Prick mi farebbe una ramanzina se mi vedesse fumare, per questo sono venuto qui fuori.» Tirò una boccata. «Tu invece non ti fai problemi. Come me te ne freghi degli effetti sulla salute.»
«Prima o poi tocca a tutti tirare le cuoia.»
«Amen!» esclamò Ash ridendo.
«Halleluja!» replicò Dick e per un attimo si guardarono negli occhi intensamente. «Siamo cresciuti diversamente, tutto qui» continuò distogliendo lo sguardo, sentì una strana sensazione allo stomaco, le famose farfalle. Rimasero in silenzio per qualche minuto fissando la notte e le stelle. Poi il volto di Ash fu attraversato da un’espressione di totale malinconia.
«Che succede?» chiese Dick osservandolo.
«Nulla» rispose Ash scuotendo la testa. Prese un’altra boccata dalla sua sigaretta. «È solo che a volte mi capita di sentirmi fuoriposto.»
«In che senso?»
Ash spense la sigaretta sulla balconata e la gettò nel buio della notte, poi fissò Dick. «Sai, vedere tutte quelle famiglie che sembrano avere una vita perfetta è così... destabilizzante. Il fatto è che credo non raggiungerò mai quel livello di accettazione che vi rende tanto soddisfatti. Voi potete realizzare le vostre vite senza grandi ostacoli. Per noi gay già definirci tali è un ostacolo gran parte delle volte. Questo mi blocca.»
«Insomma vuoi dirmi che per voi... scusa, che per te la vita è difficile.» Ash lo guardò dritto negli occhi.
«Lo è per tutti.» Spostò nuovamente lo sguardo nel buio. «Noi però dobbiamo avere a che fare con tanta merda prima di definirci veramente liberi. E c’è sempre qualcuno che vuole mettercela in quel posto per fregarci. Spesso è come se non facessimo parte dell’ambiente. Ci sentiamo estranei e vorremmo cambiare le cose, ma non ci è permesso. Contiamo meno di zero. A volte ti senti piccolo come una formica.»
«Wow! Non ti credevo così profondo!» esclamò con enfasi.
«Perché tu come tanti altri mi credi solo una checca senza cervello.»
«No, mi hai frainteso» cercò di scusarsi rammaricato, «È che sembri un ragazzo così spensierato, stravagante.»
«Ovvero frivolo? Convinzione tipicamente etero. È proprio di questo che ti parlavo. È anche per colpa vostra se ci sentiamo fuori posto. Ci credete tutti uguali.» Se ne stava per andare, ma Dick lo trattenne per il braccio. «Tu non capisci niente. Vuoi fare quello di mentalità aperta, ma in realtà sei come quelli che ci credono tutti pervertiti in cerca di cazzo.»
Dick si crucciò un po’ e provò tenerezza per lui.
«Non smettere mai di lottare per quello in cui credi.» Gli fece un buffetto sulla guancia e Ash sembrò mostrare un accenno di sorriso, ma giocò a fare l’offeso e tornò alla festa. Dick lo trovò adorabile e provò una sensazione strana tornando in sala, la stessa che provava ora trovandoselo davanti mentre gli accarezzava il petto sudato. Si rese conto di essere eccitato. Che ci fosse un po’ di Prick anche in lui? Non ci pensò troppo e le conseguenze dell’azione che avrebbe commesso passarono in secondo piano. Lo prese per mano e lo condusse dentro casa verso il letto di Prick.
Il profumo di Ash era inebriante, speziato e forte. Dick non si era mai arrapato per il profumo di un uomo, ma quello era fantastico. Ash sembrava in trance, era sempre stata una sua fantasia erotica scopare col giardiniere. Faceva tanto soap-opera ma lo divertiva.
Fecero l’amore due volte di seguito, Dick non sembrava mai sazio. Era sconvolto da tutte le emozioni che provava. E tra orgasmi e sensi di colpa si ritrovò sdraiato sul letto, ormai totalmente sfinito, accanto ad Ash che lo era a sua volta. Prese una sigaretta e se la portò alla bocca. Ash fece un balzo dal letto.
«Che ti prende? Sei impazzito?» esclamò Dick con la sigaretta tra i denti.
«Tu! Tu stai fumando! Non sei Prick!» Dick ebbe un tuffo al cuore. Improvvisamente realizzò la stupidaggine che aveva fatto. Si sarebbe sposato tra pochi giorni e aveva tradito Pussy Kate con un uomo. Cosa le avrebbe detto? E Prick come l’avrebbe presa? Ma soprattutto come poteva giustificarsi con Ash dopo averlo usato in quel modo?
Ash si teneva la testa come se dovesse esplodergli da un momento all’altro. Si sentiva incredibilmente colpevole per aver tradito il suo ragazzo. E forse la cosa che più lo faceva sentire in colpa era di aver immaginato, quasi sperato, che la persona con cui stava facendo sesso fosse Dick.
«Cosa abbiamo fatto?» esclamò col terrore negli occhi.
«Oddio Ash, mi dispiace. Io non so cosa mi è preso, non...»
«No, Dick. È stata anche colpa mia. L’abbiamo fatto insieme e poi...» Fermò il suo sguardo nel vuoto.
«E poi cosa?»
«E poi lo desideravo un po’…» Quell’affermazione sorprese Dick.
«Che vuoi dire Ash? Mi hai provocato intenzionalmente?» Si sentì a sua volta usato e il pensiero lo ripugnò. Era stato manipolato. «È stato un errore, non accadrà mai più» disse vestendosi velocemente. Si fermò un attimo. «E non è mai accaduto Ash» lo minacciò.
Ash si sentì sprofondare, trattenne le lacrime e annuì. Dick uscì dalla stanza e Ash non resse più, scoppiò a piangere coprendo gli occhi per la vergogna.
Il giorno del matrimonio tutto era pronto, tranne lo sposo. Da quell’avventura clandestina lui e Ash non si erano più rivolti la parola. Fra di loro solo sguardi sfuggenti e ostili. Ora che era arrivato il grande momento Dick non si sentiva pronto. Mille pensieri e ripensamenti gli affollavano la testa. Stava facendo la cosa giusta? Pussy Kate era davvero quello che voleva? Perché andare a letto con Ash lo aveva soddisfatto molto più di quanto avrebbe potuto la dolce Pussy Kate? E perché ogni volta che scrutava Ash di nascosto provava quella strana sensazione al basso ventre? Il flusso dei suoi pensieri fu interrotto dall’entrata in stanza della causa di tutto quel tormento.
«Che ci fai qui?» chiese Dick sorpreso.
«Gli invitati non ti hanno ancora visto entrare e sai com’è la tradizione, la sposa non può entrare se non c’è il suo sposo ad attenderla.»
«Ah. Giusto» disse cupo.
«Ci hai ripensato?»
Dick lo fissò. «Non lo so. Non so più cosa fare.»
«È colpa mia?»
«Sì lo è Ash.» Si sedette su una panca. «Tu mi hai confuso. Io ho paura che...» In quel momento entrò Prick tutto pimpante. «Ehi fratellone, che succede? Hai la sindrome da fuga dal matrimonio?»
«Smettila Prick, lascialo in pace.»
«Ehi, se non se la sente non gli punta nessuno una pistola contro.» Infilò una mano in tasca e ne uscì un mazzo di chiavi. «Se vuoi qua fuori c’è la mia nuova decappottabile» disse sventolandogliele davanti. «Sei ancora in tempo se vuoi scappare.» Rise.
Dick le osservò penzolare davanti ai suoi occhi e in un colpo le prese uscendo di corsa dalla stanza. Prick ne fu sorpreso e al contempo turbato.
«Io scherzavo, non pensavo lo avrebbe fatto davvero!» esclamò.
«Aspetta Dick!» urlò Ash. Diede un bacio veloce al suo ragazzo e si accostò alla porta. «Ti spiegherò Prick, mi dispiace.» Se ne andò, saltando sull’auto insieme a Dick. Quest’ultimo ingranò la marcia e insieme sfrecciarono verso le campagne.
«Non ci posso credere che lo stiamo facendo davvero!» esclamò contento Ash.
«Potrebbe essere l’errore più grande della mia vita, ma non voglio rischiare di non commetterlo.»
Ash lo baciò sulla guancia. «Non so perché, ma speravo mollassi tutto.»
«Io lo so il perché. Non ho fatto altro che pensarci tutto il tempo. Credo che tu mi abbia in qualche modo cambiato Ash. Da quel giorno sono cambiate tante cose per me.»
«Anch’io credo di essere cambiato.» Lasciò quella frase sospesa in aria, come se racchiudesse in sé un significato più profondo, ma non necessitasse una spiegazione.
«Secondo te sono stato crudele con Pussy Kate e Prick?»
Ash ci pensò su un attimo. «No, credo sia la tua natura. Ho sempre sospettato che fossi il gemello cattivo.» Scoppiarono a ridere e sgommando diventarono una macchia sempre più piccola all’orizzonte.”
Morale della fiaba? Non saprei. Forse quando ci aspettiamo che qualcosa vada in un modo, spesso finisce al contrario, e per quanto desideriamo che somigli ai nostri desideri non è mai realmente come vorremmo.


mercoledì 8 aprile 2015

Il nuovo video di Madonna "Ghosttown"



Maybe it was all too much
Too much for a man to take
Everything's bound to break
Sooner or later, sooner or later

You're all that I can trust
Facing the darkest days
Everyone ran away
We're gonna stay here, we're gonna stay here

Ah, ah
I know you're scared tonight
Ah, ah
I'll never leave your side

When it all falls, when it all falls down
I'll be your fire when the lights go out
When there's no one, no one else around
We'll be two souls in a ghosttown

When the world gets cold, I'll be your cover
Let's just hold onto each other
When it all falls, when it all falls down
We'll be two souls in a ghosttown

Tell me how we got this far
Every man for himself
Everything's gone to hell
We gotta stay strong, we're gonna hold on

This world has turned to dust
All we've got left is love
Might as well start with us
Singing a new song, something to build on

Ah, ah
I know you're scared tonight
Ah, ah
I'll never leave your side

When it all falls, when it all falls down
I'll be your fire when the lights go out
When there's no one, no one else around
We'll be two souls in a ghosttown

When the world gets cold, I'll be your cover
Let's just hold onto each other
When it all falls, when it all falls down
We'll be two souls in a ghosttown

I know we're alright
'Cause we'll never be alone in this mad mad, in this mad mad world
Even with no light
We're gonna shine like gold in this mad mad, in this mad mad world

When it all falls, when it all falls down
I'll be your fire when the lights go out
When there's no one, no one else around
We'll be two souls in a ghosttown

When it all falls, when it all falls down
I'll be your fire when the lights go out
When there's no one, no one else around
We'll be two souls in a ghosttown

When the world gets cold, I'll be your cover
Let's just hold onto each other
When it all falls, when it all falls down
We'll be two souls in a ghosttown
When it all falls, when it all falls down
We'll be two souls in a ghosttown

domenica 5 aprile 2015

martedì 31 marzo 2015

RACCONTO HORROR: AL RITORNO DAI CAMPI

AL RITORNO DAI CAMPI - di Fab Draka




Stremato e affamato Tommaso si accinse a tornare a casa. Preparò il carretto riponendo disordinatamente gli attrezzi al suo interno e guardò l’orizzonte con sguardo stanco. Il sudore gli si era accumulato sul collo e sulla fronte bruciati dal sole. Il lavoro era stato particolarmente duro quel giorno, la terra si era indurita per la siccità ed era diventata difficile da lavorare.
Stava imbrunendo e pian piano il cielo terso si colorò di tonalità d’arancio e rosa. Si avvicinò all’asino e gli fece un buffetto sul muso, poi gli accarezzò la criniera rada e spelacchiata. L’animale parve godere di quelle piccole attenzioni; ne aveva patite di fatiche quel poveretto, ma seguitava a fare il proprio dovere con zelo e dedizione.
Quel pomeriggio era rimasto quasi tutto il tempo a mangiare paglia, ma lo aveva fatto in modo svogliato, quasi che gli costasse un grandissimo sforzo. Tommaso si disse che era la stanchezza della vecchiaia. Quell’asino aveva quindici anni e ormai non ce la faceva quasi più a trainare il carro. Ben presto, pensò Tommaso, sarebbe stato costretto ad abbatterlo e sostituirlo. Sapeva già che non sarebbe stato facile e gli sarebbe costato una gran sofferenza. Era affezionato a lui. Nel silenzio e nella solitudine della campagna era l’unico a tenergli compagnia.
Salì sul carretto e si sistemò alla guida, poi diede un leggero scossone alle briglie e partirono alla volta della città.
La sera si avvicinava e il sole era ormai quasi del tutto calato, solo una sottile striscia di luce bianca rigava l’orizzonte, come uno spiraglio attraverso una porta socchiusa. L’aria fresca della sera gli accarezzò le guance e Tommaso già pregustava la minestra calda che gli avrebbe preparato la moglie.
L’odore degli alberi e del verde che lo circondava si spandeva ed evocava tutto un insieme di sensazioni che lo riportavano alla sua infanzia, quando si divertiva a giocare arrampicandosi sui rami più alti degli alberi. Sua madre Santina - un donnone tutto d’un pezzo - lo riprendeva sempre dicendogli di scendere, che i rami non avrebbero retto il peso, ma Tommasino - così lo chiamava lei - se ne fregava e restava lassù a osservarla dall’alto in basso con un senso di superiorità che pian piano era andato affievolendosi negli anni.
La strada era sgombra, solitaria, disseminata di pietre che si stagliavano fuori dal terreno come piccolissimi monti e che facevano sobbalzare il carretto al loro incontro. Ai lati della strada vi erano talvolta dei bassi cumuli di pietre che formavano dei muretti, ma molti di essi erano diroccati perché non avevano retto con la pioggia o perché erano stati costruiti in modo approssimativo.
Fu proprio su uno di quei muretti che la vide. Stava seduta su di esso ed era tutta vestita di nero. Da lontano non appariva nemmeno come una figura umana, ma come una massa indistinta, una macchia scura in contrasto con i colori ambrati delle spighe di grano. Tommaso dovette stringere gli occhi più d’una volta per metterla a fuoco mentre si avvicinava col carretto.
Quando finalmente ne ebbe un’immagine chiara, capì che era una donna. Indossava un lungo abito nero, con pizzi e merletti dello stesso colore, e una veletta sulla testa che copriva i capelli corvini. Aveva un’apparenza molto elegante, fuori luogo per il posto in cui si trovava. Teneva lo sguardo fisso per terra e aveva un’espressione così addolorata che Tommaso provò compassione per lei.
Arrestò il carretto proprio davanti al muretto su cui sedeva e dopo averle lanciato una veloce occhiata si chiese se si fosse persa. L'asino, per canto suo, sembrava non voler sostare in quel luogo e in un certo modo quasi si imbizzarrì innanzi a quella figura solitaria, riacquistando per un momento il vigore che aveva caratterizzato i suoi primi anni di lavoro al servizio dell'uomo. Tommaso cercò di rabbonirlo con carezze per far sì che si tranquillizzasse e un poco l'animale cedette sotto il peso di quelle moine.
L'uomo poté così rivolgersi alla donna.
«Desidera un passaggio, signora?»
 Quest'ultima non si mosse, non gli rivolse nemmeno la parola, rimase con lo sguardo fisso sul terreno con quell’espressione contrita e il labbro inferiore imbronciato, quasi fosse sul punto di piangere.
«Si sente bene?» chiese Tommaso stranito. «Se ne ha bisogno accompagno sua signoria in paese» propose. Fu in quel momento che la donna sollevò leggermente il viso e si mostrò in tutta la sua pallida bellezza. Il suo sguardo era spento, glaciale nel vero senso della parola, le iridi sembravano due pezzi di ghiaccio bianco tanto erano chiare. Tommaso si domandò se fosse cieca, ma la donna pareva proprio fissarlo dritto negli occhi. Quello scambio di sguardi durò qualche secondo, Tommaso cominciò a provare uno strano disagio. La donna tornò a puntare il terreno con i suoi occhi vuoti e Tommaso, stufo di essere ignorato, diede uno strattone alle briglie e ripartì verso la città.
Ormai si era fatta sera e pian piano il rosa del cielo lasciava spazio a strati di porpora che avvolgevano la fioca lucentezza della luna ora apparsa tra le nuvole. Gli alberi si stagliavano con le loro fronde nel cielo come sagome spettrali, gli uccelli correvano al riparo presso i loro nidi e il silenzio era interrotto solo dal frinire delle cicale.
Tommaso si voltò una volta, una sola, poco dopo essersi congedato dalla donna, ma già non la vedeva più. E non perché si fosse fatto ormai troppo buio per riuscire a distinguere qualcosa, ma proprio perché sembrava essere scomparsa, quasi si fosse nascosta. Non avrebbe saputo dire dove, perché attorno a quel muretto non c’era nulla se non la distesa di spighe di grano, tanto bassa però ancora che anche nascondendovisi ne avrebbe scorto le forme con i suoi abiti funerei. Improbabile che si fosse nascosta dietro il basso muretto, tantomeno dietro un albero - per raggiungere il più vicino avrebbe dovuto correre parecchio e con non poca difficoltà tra le spighe con quella lunga veste; l’avrebbe certamente vista nell’atto se così fosse stato.
Erano passati solo pochi secondi, ma era svanita nel nulla.
Tornò a guardare di fronte a sé e improvvisamente sentì una presenza al proprio fianco. Si voltò di scatto e sussultò terrorizzato nel trovarsi accanto quella donna. Nella paura aveva scosso le briglie e l’asino - con una potenza che prima non gli avrebbe attribuito - aveva aumentato il passo, facendo sobbalzare il carretto e velocizzare la corsa.
La donna teneva lo sguardo basso, il volto nascosto dalla veletta, non diceva una parola. Tommaso, ancora spaventato, si chiese chi diavolo fosse e come era finita sul suo carretto.
Con voce tremante glielo chiese, ma non ottenne risposta. Allora tirò le briglie per fermare il carro, ma l’asino non rispose ai suoi comandi e proseguì verso la sua meta, quasi volesse fuggire per conto proprio. Tommaso tirò più forte, ma a nulla valsero i suoi sforzi. Tenne gli occhi fissi sulla donna e questa finalmente si scompose dalla propria immobilità marmorea per voltarsi lentamente verso di lui.
Tommaso sgranò gli occhi per lo sgomento, il sudore sulla sua fronte parve cristallizzarsi e diventare freddo come stalattiti. Il volto della donna non era più ora di una fulgida bellezza - non del tutto almeno -, per metà quel suo bianco candore aveva lasciato spazio a qualcosa di altrettanto bianco, ma d’aspetto macabro. La donna era per metà scheletro e la pelle della metà del volto integro sembrava incollata su quel teschio come una maschera.
Tommaso trasalì e sbiancò anche lui, una morsa gli strinse il petto e gli gettò dolori lancinanti su tutto il corpo. Una vampata di calore gli salì dal collo e finì sulle tempie e fin sopra la punta delle orecchie. I suoi occhi persero di lucidità e d’un tratto tutto si fece sfocato, quella visione orripilante fu annebbiata per intero e si sentì cieco.
Poco dopo, tenendo la mano ancora salda al petto mentre stringeva la camicia sporca e usurata, stramazzò lì dentro il carretto e rimase così, con bocca e occhi spalancati, e questi, vitrei, puntavano verso la luna candida e le stelle che cominciavano ad affacciarsi nel buio per farle compagnia.
L’asino, che poco prima si era messo a correre in una fuga disperata, arrestò la propria corsa e il carro si fermò. Per qualche momento l'animale parve indugiare, ma nulla ormai più lo spaventava. La sensazione di inquietudine che si era impossessata di lui era adesso passata del tutto, riprese quindi il suo cammino con estrema tranquillità trasportando sul carro - che ora si sarebbe potuto definire funebre - il povero Tommaso, rimasto solo e con quello sguardo terrorizzato, immobile come una statua di gesso. La donna in nero che aveva costituito la sua ultima visione era scomparsa di nuovo, aveva tirato i dadi della sorte e fatto la sua scelta portando con sé nell’oscurità l’anima del contadino.



Fab Draka

Il nuovo video di Carmen Consoli - Sintonia Imperfetta




Quel pomeriggio si passava da un divano all'altro
qualunque frase era ingombrante in pieno Agosto
e più chiedevo più attenzioni e un minimo di slancio
mentre l'arrosto di tua madre mi rendeva omaggio
Ah voglio vivere così
col sole in fronte
l'amore ai tempi dei miei nonni era sognante
Ricordo come fosse ieri il nostro primo incontro
tu eri un po' ubriaco
intento a fare colpo
Parlavi di finanziamento a tasso agevolato
cesso di transazione alle mie ricerche di mercato
Ah voglio vivere così
col sole in fronte
L'amore ai tempi dei miei nonni era sognante
Tra di noi regnava un'ostinata consuetudine
una sintonia imperfetta
Tra di noi regnava una profonda solitudine
una forza d'inerzia
una sintonia sommersa
Quel pomeriggio si passava da un divano all'altro
mentre studiavo come dirti che ti avrei lasciato
tu già dormivi al quarantesimo di Roma Lazio
pensavo io a tua madre e al cane da portare a spasso
Ah voglio vivere così
col sole in fronte
L'amore ai tempi dei miei nonni era sognante
Tra di noi regnava un'ostinata consuetudine
una sintonia imperfetta
Tra di noi regnava una profonda solitudine
una forza d'inerzia
una sintonia perversa
Tra di noi regnava una profonda solitudine
una forza d'inerzia
una sintonia imperfetta
Quel pomeriggio eri un tutt'uno col divano grigio
l'avrei dovuto già capire sin dal primo incontro

venerdì 27 marzo 2015

RACCONTO HORROR: VEGLIA NOTTURNA

VEGLIA NOTTURNA - di Fab Draka





Tra le soffici lenzuola di seta Donna Elena si rivoltava da una parte all'altra, scuotendo il letto come se una forza infernale la possedesse. Da qualche tempo la madre le appariva in sogno, cercava di parlarle, le labbra livide di morte si muovevano, ma non ne usciva suono. Sembrava essere accorsa da lei in gran fretta, impaziente di confidarle un segreto. Agitava le mani lanciando urla di silenzio nella notte placida.
Elena cercava più volte di decifrarne le labbra che si muovevano in modo troppo rapido perché si potesse capirle. Così si svegliava, gli occhi spalancati nel buio, il respiro affannato, la fronte e il petto imperlati di sudore. Prendeva pian piano fiato finché non si tranquillizzava, allora cominciava a ispezionare la propria stanza, quasi fosse in cerca di un segno, una traccia della presenza della madre. Non trovava mai niente, ovviamente, ma le capitava spesso di domandarsi se quello fosse veramente un sogno. Era così vivido e sua madre così reale che le sarebbe parso di poterla toccare se solo avesse allungato il braccio.
Al mattino mentre sedeva a colazione col padre decise di rivelargli i suoi timori. La domestica Sarina aveva portato frutta fresca, fette di pane imburrate o addolcite col marsala e uova sode farcite. Di solito Elena mangiava di gusto, ma quella mattina tutto aveva un aspetto poco invitante. Le uova emanavano uno strano odore sulfureo e ciò le riportava alla mente una visione della madre che bruciava tra le fiamme dell'Inferno. Non sapeva se l'avesse immaginata in una di quelle apparizioni oniriche tanto vivide, ma la scena le rivoltava le budella e il cibo aveva adesso un sapore e un odore che la disgustavano. Anche le posate le facevano uno strano effetto e ora il coltello da burro, all'apparenza innocuo, aveva un che di minaccioso. La frutta poi, per fresca che fosse, le dava l'impressione di doversi aprire da un momento all'altro, brulicante di vermi. Le pareva quasi vederli muoversi sotto la buccia giallastra, intenti a cercare una via di fuga. E la cosa la inorridiva a tal punto da farle posare le posate sul piatto senza aver ancora toccato cibo.
«Padre» iniziò pacata, «Stanotte mi è capitato di sognare la mamma.» Il nominarla sembrò scuotere una nota dolente nell'animo del padre, che con tanta cura faceva sempre attenzione a non toccare l’argomento. «Sono già parecchie notti che la sogno in modi orribili.»
L’uomo si irrigidì e rimase con la forchetta sospesa a mezz’aria. Aveva appena infilzato un pezzo d’albume sodo e questo si stava tenendo pericolosamente in equilibrio sulla posata. Don Riccardo, che solitamente era un uomo paziente, fece cadere la forchetta sul piatto con un tintinnio. Chiuse gli occhi e sembrò voler raccogliere le forze per sopportare anche quella prova cui veniva sottoposto, sbuffò e i suoi baffi vibrarono lievemente sotto le narici. Elena capì di averlo turbato e avrebbe preferito non aggiungere altro, ma quel pesante senso di inquietudine non se ne sarebbe andato altrimenti.
«Elena, mi era parso di essere molto chiaro a riguardo.»
La ragazza abbassò lo sguardo sul piatto e annuì piano col capo, ma non si diede per vinta.
«Credo solo che volesse dirmi qualcosa di importante...» aggiunse, gravando la pena del padre.
«Era solo un sogno Elena, adesso mangia.»
«Non ho appetito» rispose la ragazza con una nota di delusione nella voce. Il padre ne rimase sorpreso. Sua figlia non si sottraeva mai a un pasto, seppure frugale, e ciò l'aveva resa formosa sui punti giusti. Il vitino succinto le faceva apparire il seno ancora più abbondante e la gonna ricadeva con tanta grazia sui fianchi che il suo fisico avvenente era diventato parecchio appetibile per i vari spasimanti che si presentavano a chiedere la sua mano. Il suo incarnato poi era di una perfezione assoluta, di un rosa candido soprattutto sulle gote, ma quella mattina il pallore livido sulla fronte e sotto gli occhi sembravano averle sottratto parte del suo fascino, tanto da farla apparire ammalata.
Nessuno avrebbe voluto sposare una donna malata se non per interessi meramente ereditari. Ma ciò non aveva grande importanza, poiché don Riccardo si era sempre rifiutato di accettare qualsiasi proposta di matrimonio rivolta alla figlia. Non tanto perché non volesse separarsi dalla sua amata prole, ma piuttosto perché non riteneva quei spasimanti all’altezza. A Elena non dispiacevano quelle premure paterne, fintanto che non apparivano ingiustificate o troppo restrittive. E il matrimonio in ogni caso non era qualcosa a cui pensava in quel periodo. C’erano cose che le premevano di più, come quei sogni terrificanti.
Don Riccardo fece un grande sforzo per porre la domanda che la figlia si aspettava di ricevere.
«Di cosa trattavano questi sogni?»
La ragazza, sorpresa, volle subito dare una descrizione precisa di tali apparizioni. Il padre ascoltò finché gli fu possibile, poi troppo turbato dal racconto della figlia alzò una mano per interromperla.
«Basta!» sbottò. «È anche più di quanto possa sopportare.»
Elena protestò. «Ma era così reale!» insistette.
Don Riccardo batté forte il pugno sul tavolo, facendo sussultare anche la povera Sarina che stava portando un vassoio e che lasciò cadere rovinosamente, facendo scivolare tutto quanto per terra. L’uomo la riprese con un’occhiataccia e la domestica non osando guardarlo in faccia, ma sapendo con certezza che la stava incenerendo con lo sguardo, si affrettò a raccogliere e pulire tutto con grande rapidità.
«Non essere sciocca» disse poi Don Riccardo rivolgendosi alla figlia. «Le storie di fantasmi sono per gli stupidi e i superstiziosi» aggiunse volgendo ora lo sguardo verso Sarina.
«Padre ho uno strano presentimento» continuò Elena quasi in un sussurro. «A volte penso che la morte della mia cara mamma non sia stato un semplice incidente.»
«Cosa vorresti insinuare?» si infuriò l’uomo.
«Niente, padre» rispose Elena facendosi piccola piccola.
Don Riccardo notò la tristezza nello sguardo della figlia e si calmò un poco, riprese il suo tono pacato e questa volta si rivolse a lei con più dolcezza.
«Cara Elena, sai bene quanto fosse malata la tua povera madre.» La ragazza annuì malinconica e spezzettò col coltello il tuorlo dell’uovo, ma non aveva intenzione di mangiarlo, era solo un modo come un altro per distruggere quel disgusto che provava dentro. «Quel malaugurato giorno non sappiamo cosa fosse preso a tua madre - che Dio l’abbia in gloria! -, nessuna delle domestiche si era accorta che si era alzata dal letto. Sappiamo solo come l’abbiamo trovata, priva di vita in fondo alle scale.» Si incupì a quel pensiero e la voce gli tremò un po’.
«Però padre… se non si fosse trattato di un incidente?»
«Pensi che tua madre avrebbe potuto…?» Scosse la testa con vigore. «No! È fuori discussione!»
«Perché? La mamma era tanto malata, forse desiderava non soffrire più.»
L’idea del suicidio provocò un tumulto nel cuore dell’uomo e un pesante silenzio li circondò. Don Riccardo rifiutava di pensare che la moglie si fosse tolta la vita. Sapeva bene che lei lo aveva sempre considerato un peccato mortale e che avrebbe temuto di finire all’Inferno anche se solo avesse pensato di compierlo.
Tuttavia in qualche modo Don Riccardo doveva essere rimasto suggestionato dalle parole della figlia, perché quella notte anche lui sognò la moglie.
La vide fluttuare sopra il proprio letto e leggera come un soffio sembrava un fazzoletto sventolato in aria. Non la vedeva in trasparenza, come si era sempre aspettato di vedere uno spettro, ma era un’immagine nitida che si stagliava sul tendaggio del suo baldacchino. Librava poco più in alto di lui e teneva le mani come artigli pronti a ferirlo, ma la donna non sembrava avere tale intenzione, quanto invece pareva volersi aggrappare a qualcosa, alla vita forse, oppure a quel sogno - quasi temesse di esserne strappata via all’improvviso.
Don Riccardo la guardò con stupore, era la prima volta che la rivedeva dacché era morta. La donna lo fissava implorante, parlava in silenzio e lui acuì l’udito per cercare di capire cosa volesse dirgli, ma non ci riuscì. La moglie cominciò a dimenarsi come un’ossessa, urlando senza voce, tirandosi i capelli con forza, lacerandosi le guance con le unghie, poi scoppiò come un fuoco e si trasformò in una torcia umana che svolazzava sopra il suo letto. Era tanto reale che avrebbe potuto incendiare tutta la stanza.
Il marito la osservò con un’espressione di terrore dipinta sul volto e urlando di paura si mise a piangere, chiedendole di lasciarlo in pace, di andare via e di non tormentarlo. L’uomo coprì il volto in lacrime con le mani tremanti e quando le lasciò scivolare pian piano fino al mento, l’immagine infuocata si era dissolta. Si domandò se fosse stato tutto reale e si punzecchiò il braccio e la faccia. Faceva male, quindi era sveglio. Si alzò dal letto e con raccapricciò notò che le lenzuola erano cosparse di ceneri.
La cosa lo sconvolse a tal punto che cominciarono a palesarsi ipotesi terribili nella sua mente. Che la moglie si fosse davvero alzata da quel letto ormai diventato la sua prigione per liberarsi dal male che l'affliggeva? E se invece volesse solo provare un ultimo brivido vitale? L'avevano trovata sul pavimento del pianterreno, alla base delle scale, contorta in una posa innaturale, come se nella caduta si fosse rotta alcune articolazioni. In quel momento gli era sembrato che tutto fosse finito, ma forse non era realmente così. E adesso una parola gli martellava in testa prepotentemente. Cercava di scacciarla via, ma sapeva che poteva essere vero. La ricacciava dentro, ma quella tornava a galla con tutti gli orrori che essa presagiva. Catalessi.
Sarebbe stato inutile ormai scoprire una verità sconcertante. Se ciò che pensava era accaduto davvero, era probabilmente troppo tardi per rimediare. Eppure sentiva che se non se ne fosse assicurato avrebbe portato per sempre con sé il tormento del dubbio. Poteva pur sempre esserci una minima possibilità di riuscita.
Il mattino seguente, dando retta al presentimento che lo assillava, fece quindi dare ordine di disseppellire e riesumare il corpo della moglie. Il cimitero appariva molto meno tetro con tutta quella luce che lo illuminava, ma dentro di Elena e Don Riccardo i cuori erano cupi e angosciati. Quella era una cosa che faceva male a entrambi, ma volevano sapere, DOVEVANO sapere.
Una nuvola passeggera si posizionò proprio di fronte al sole e una lunga ombra scura coprì tutti loro e la tomba, su cui sovrastava la grande statua in granito di un angelo. I becchini continuarono a scavare con lena finché una delle loro vanghe colpì una superficie solida nella mollezza della terra umida. Usarono le mani per spazzolare quello strato di sabbia scura che copriva la bara e la tirarono su per riportarla alla luce.
Don Riccardo non vedeva quella bara da giorni e la ricordava ancora nei minimi dettagli, l’aveva scelta con cura all'impresa di pompe funebri. Era di legno d’abete, con modanature degne d’un artigiano e una grossa croce in oro inchiodata sul coperchio. L’interno era ben imbottito e rivestito di seta purpurea.
Quei ricordi gli fecero scivolare una lacrima furtiva sulla guancia ben rasata e lui la asciugò rapido col dorso della mano.
Elena stava in silenzio, con le mani giunte sulla gonna, in preghiera. Lo sguardo abbattuto sulla cassa, gli occhi arrossati per il pianto silenzioso, le labbra che vibravano leggermente a ogni singulto, tirava di tanto in tanto su col naso ed era l’unico suono che emetteva.
I becchini riportarono sul verde dell’erba sopra la fossa quella bara pesantissima. Donna Berta - questo era il nome della madre di Elena - era stata per parecchi mesi malata, ma ciò non aveva minato il suo appetito, per cui non era smagrita molto dal peso abbondante di cui faceva vanto in vita.
Vedere quella cassa di legno acuì il senso di inquietudine della povera Elena, già abbastanza provata dalla decisione del padre di dissotterrarla. E in quel momento le sovvennero quei sogni terribili che l’avevano tormentata per parecchie notti e quelle leggende che si narravano in giro riguardo ai cimiteri. Storielle di contadini per spaventare i propri figli e farli desistere dall'addentrarsi in quei luoghi sacri.
Quelle storie parlavano di strane figure che si aggiravano fra le tombe e di lamenti atroci e spaventosi che parevano appartenere alle anime in pena. Ne aveva sentite spesso di quelle favole del terrore dalla bocca della loro domestica Sarina, per questo il padre la considerava solo una zotica superstiziosa. Però c’erano volte che Elena le aveva quasi creduto, perché le aveva raccontate con tanto animo che sembrava quasi ne fosse stata testimone. Le aveva narrato di quei lamenti, urla strazianti nel silenzio cupo e desolante del cimitero. Cominciò a pensare che doveva essere stata Sarina a influenzarla, portandola a fare quegli incubi.
I becchini presero il piede di porco e facendo leva scoperchiarono la bara. Elena gettò un urlo di orrore e aggrappata al braccio del padre si lasciò svenire, scivolando sul terriccio smosso della fossa.
Don Riccardo incredulo trattenne la figlia, ma mantenne lo sguardo fisso su quell’immagine insopportabile. Perfino i becchini ne furono inorriditi.
Dentro la bara, in una posa innaturale, stava il cadavere di Donna Berta. Le sue mani stavano protese in avanti come artigli, solo che le dita erano tutte scarnite, le unghie erano state strappate via e quelle che restavano ancora attaccate alle dita erano tutte spezzate. Sul cranio livido gli occhi scavati nelle orbite erano aperti e lattiginosi, ma mostravano ancora l’espressione di terrore che la donna aveva provato prima di spirare. Le guance erano rigate di graffi. La bocca era storta in una smorfia inquietante, rigida e contratta. La seta del coperchio era tutta lacera e sul legno sottostante erano rimaste incisioni di profondi graffi, inchiodate su di esso vi erano le unghie mancanti alle dita.
I timori di Don Riccardo si erano avverati in tutto e la cosa che lo sgomentava ancor di più erano quegli elementi che facevano intuire una morte avvenuta da poco. Come se quello che aveva aleggiato sopra il suo baldacchino non fosse stato uno spettro bensì una visione di morte che si stava realizzando in altro loco. E il momento in cui l'aveva vista bruciare era stato probabilmente quello in cui era stata rapita alla vita, destinata così a diventare polvere.




martedì 17 marzo 2015

Il potere è nelle nostre mani







"Ora non è il momento di pensare a quello che non hai. Pensa a quello che puoi fare con quello che hai." diceva Ernest Hemingway nel suo romanzo "Il vecchio e il mare". E aveva proprio ragione. Spesso ci abbattiamo perché non otteniamo quello che vogliamo, ma non bisogna arrendersi. E' necessario mettere a disposizione le cose che ci rendono unici e non smettere mai di lottare per quello che desideriamo. Il potere è nelle nostre mani.






Fab Draka